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Ad oriente del Terminilluccio a quota 1600 m si estende un vasto altopiano prativo mentre in basso è fasciato da boschi di faggio. I monti della Sabina, nelle mensioni degli antichi scrittori, furono sempre indicati in modo approssimativo, dando origine a confusioni e ambiguità toponomastiche mai chiarite. Le prime notizie certe ci arrivano da Marco Terenzio Varrone che trovandosi lontano da Rieti, sua città natale, intento agli incarichi affidatigli dalla città di Roma, ricordando la sua valle, i suoi fiumi, i suoi laghi, i suoi monti, la sua gente, cita più volte nell'Antichità, i nomi Reate, Reatinus Ager, e descrivendo i monti a nord della città, che chiama Reatini Montes, identifica le cime più elevate con l'appellativo di Gurgures Alti Montes, che rimarrà per secoli, fino all'età moderna, a indicare il monte che poi diverrà il Termenile o Terminillo dei nostri giorni.....
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Virgilio, Enumerando nell'Eneide i popoli sabini venuti a combattere Latino ed Enea, in aiuto di Turno, re dei Rutuli, dice che egli comandava una immensa corte di Amiternum e delle popolazioni provenienti dalle aride rupi del Monte Tetrico che alcuni studiosi hanno ritenuto che debba trattarsi del Monte Terminillo. Per molti secoli le montagne del Reatino furono regno incontrastato di pastori , cacciatori e briganti (solo di passaggio verso i monti del Cicolano) e solo nella prima metà dell'Ottocento, sul filone della tradizione scientifica, si innesta l'aspirazione all'esplorazione alpinistica. Alcuni esploratori romani furono i pionieri dell'alpinismo in queste zone più prossime alla Capitale. Armati di coraggio, buona volontà e pochi mezzi, essi cominciarono a frequentare i monti della Duchessa, del velino e del Terminillo, avvalendosi dell'esperienza di alcuni montanari di quei luoghi, in genere mulattieri, pastori, boscaioli, carbonari che vivevano negli insediamenti più elevati e meglio conoscevano le vie d'accesso. Dopo il 1860 si intensificarono ulteriormente le escursioni sulle cime principali dei monti tra il Lazio e l'Abruzzo grazie agli aderenti della Sezione Romana del Club Alpino Italiano (CAI), fondato nel 1873 da alcuni uomini di scienza che operavano sotto l'egida della Società Geografica Italiana.
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La sezione romana del Club Alpino di Roma perseguiva l'idea di costruire un rifugio alpino al Terminillo ma per l'attuazione si dovette attendere ancora molti anni. Nel 1900 la struttura in legno del rifugio Re Umberto I, ultimato in tutte le rifiniture interne, fu ufficialmente presentato, con straordinario successo, all'Esposizione Internazionale di Parigi del 1900 e nell'estate successiva montato sulla cima del Terminillo, già opportunamente spianata e rivestita di muratura e metallo. Negli anni successivi alla costruzione, botanici, geologi e geografi utilizzarono il rifugio Re Umberto I per avviare nuove campagne di rilevamento per completare le già ricche conoscenze naturalistiche che si avevano sul Terminillo, accumulate durante le ricerche condotte nel secolo precedente. Durante il primo conflitto mondiale la montagna tanto amata da escursioni romani, reatini e delle regioni limitrofe fu abbandonata e l'attività escursionistica ricominciò agli inizi degli Anni Venti. Da questo momento in poi, moltissimi studiosi italiani e stranieri salgono al Terminillo e pernottano al Rifugio per i loro studi e per compiere i loro esperimenti. Il 14 settembre 1926 sale al Terminillo, con un gruppo di sette alpinisti statunitensi, il grande genetista e botanico Carlo Jucci che nel secondo dopoguerra impianterà al Terminillo il "Centro Appenninico di Genetica". Nell'inverno di quell'anno compaiono per la prima volta al Terminillo gli sci: strumento mai visto sulle nostre montagne. Sono di legno di frassino, attacchi molto semplici e bastoncini di nocciolo.
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Ma la vera svolta per il Terminillo avviene nel 1932. Angelo Manaresi, comandante del X Alpini e Sottosegretario al Ministro della Guerra, persona di notevole influenza all'interno del Governo, viene in visita a Rieti in occasione dell'anniversario della vittoria e pronuncia un caloroso discorso ai reduci. Parla con enfasi dei montanari delle nostre zone che aveva avuto al fronte tra i suoi soldati, tra i ghiacciai sulla Alpi. Infine promette che sarebbe tornato per salire con loro alla vetta del Terminillo. Egli mantenne la promessa e il 21 dicembre tornò, salì sul Terminillo e rimase sorpreso di aver conosciuto una montagna tanto interessante a così breve distanza da Roma. Inoltre fece una promessa: quella di sottoporre il progetto di stazione turistica del Terminillo al capo del Governo, Benito Mussolini. L'escursione di Manaresi fu il preludio di quella effettuata da Mussolini in persona il 22 gennaio 1933 con Donna Rachele e i figli Vittorio e Romano. Il Duce dopo una piacevole giornata passata sulla neve, ridiscende e positivamente impressionato si augura di poter tornare presto al Terminillo, questa volta in automobile, per una comoda strada opportunamente asfaltata. Tutti coloro che fino ad allora si erano interessati a questa montagna e al suo sviluppo turistico ora avevano una speranza: il capo del Governo era stato interpellato e probabilmente si sarebbe mosso; ora non restava che attendere. Tutto era pronto per il lancio effettivo del Terminillo come una montagna da offrire all'Urbe.
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E il Duce mantenne la promessa. Se pur con qualche difficoltà iniziale a causa di ostruzioni dei politici reatini, a tempo record, l'Ufficio Tecnico del Comune avviò la progettazione e il 16 gennaio 1934 quando Mussolini tornò poté salire al Terminillo non in groppa ad un mulo, ma a bordo di una macchina su una strada asfaltata. Con la costruzione della strada ebbe inizio l'era del Turismo di massa in montagna e il Terminillo rappresentò il primo esempio di tutta l'Italia centro-meridionale. La volontà di Mussolini era quella di creare vicino ai "sacri colli della Roma imperiale" un polo turistico della neve dedicato alle folte schiere dei giovani fascisti che, ligi alle ideologie, dovevano temprarsi fisicamente, anche d'inverno. Ma quella finalità di socializzare lo sport invernale attrezzando una montagna vicino alla Capitale non trovò sbocco positivo proprio in ragione della stessa immagine del promotore. Infatti si verificò tutto il contrario e al Terminillo cominciarono ad interessarsi la nobiltà Romana e Reatina, le alte gerarchie del regime, la stessa Casa Savoia e oltre alla Roma "bene", anche una nutrita rappresentanza delle sedi diplomatiche estere.